Parigi è un immenso palcoscenico, ricco di scenari e personaggi. In fondo, qui siamo tutti un po’ attori. Jean Cocteau diceva che a Parigi tutti vorrebbero essere attori e nessuno spettatore.
Forse è anche per questo che la città si presta così bene a essere attraversata seguendo le vite degli altri: poeti, pittori, scrittori, musicisti, uomini e donne che hanno trasformato una strada, un caffè, una mansarda o una stanza d’albergo in parte della propria storia.
Ci sono molte Parigi. Quella monumentale dei grandi boulevard, quella elegante dei palazzi haussmanniani, quella romantica lungo la Senna. E poi ce n’è un’altra, più inquieta e irregolare, fatta di atelier, caffè fumosi, camere in affitto, poeti senza denaro e artisti convinti che il successo fosse dietro l’angolo.
È la Parigi bohémien.

Baudelaire e la città moderna
Per cercarne le tracce si può partire da Charles Baudelaire, uno degli autori che più profondamente hanno legato la propria opera alla città.
La sua Parigi non è soltanto bella. È rumorosa, affollata, mutevole, a volte oscura. È una città da osservare camminando, lasciandosi distrarre dalla folla, dalle vetrine, dai passanti e da quella sensazione di solitudine che può sorprendere proprio quando si è circondati da migliaia di persone.
Baudelaire è il poeta dello spleen, ma anche dello stupore. Nelle sue pagine Parigi diventa teatro della vita moderna: un luogo in cui bellezza e inquietudine possono convivere nello spazio di pochi metri.
Seguire le sue tracce non significa quindi soltanto cercare le case in cui visse. Significa provare a guardare la città come avrebbe potuto guardarla lui: senza fretta, curiosando nelle strade laterali, fermandosi davanti a un edificio, osservando chi passa.
In altre parole, diventando per qualche ora dei flâneur.

Il Quartiere Latino, dove comincia la storia
Baudelaire nacque nel Quartiere Latino, una zona che ancora oggi conserva qualcosa della sua antica vocazione culturale.
Naturalmente molto è cambiato, ma tra la Sorbona, le librerie, i piccoli cinema, le strade che scendono verso la Senna e i tavolini dei caffè resta facile immaginare quella Parigi in cui studenti, professori, scrittori e artisti finivano continuamente per incrociarsi.
È uno dei quartieri in cui preferisco camminare senza una meta precisa.
Basta allontanarsi di poche strade dagli itinerari più frequentati per ritrovare facciate irregolari, librerie, vecchie insegne e angoli che sembrano appartenere a una città molto più piccola.
E poi c’è la Senna, naturalmente.
Con i bouquinistes, i ponti e quelle passeggiate lungo il fiume che fanno parte dell’immaginario parigino quasi quanto la Tour Eiffel.

Île Saint-Louis e l’Hôtel de Lauzun
Uno dei luoghi più affascinanti legati a Baudelaire si trova sull’Île Saint-Louis.
Qui, all’interno dell’antico Hôtel Pimodan, oggi conosciuto come Hôtel de Lauzun, il poeta abitò per un periodo della sua vita.
Il palazzo è uno degli splendidi hôtels particuliers seicenteschi dell’isola e già da solo vale una deviazione. Ma la sua storia diventa ancora più interessante pensando agli artisti e agli scrittori che vi gravitarono nel XIX secolo.
È uno di quei luoghi che raccontano bene la Parigi bohémien: non necessariamente miserabile, ma irregolare, anticonformista, attraversata da personaggi che vivevano fuori dalle convenzioni borghesi dell’epoca.
E l’Île Saint-Louis è ancora oggi uno dei luoghi migliori per cercare una Parigi più silenziosa, soprattutto al mattino presto o verso sera, quando la folla diminuisce e il rumore della città sembra restare sull’altra riva.


Montmartre e la bohème degli artisti
Se esiste un luogo che nell’immaginario collettivo rappresenta la Parigi bohémien, è naturalmente Montmartre.
Nell’Ottocento era ancora una zona periferica, con affitti più bassi rispetto al centro e una vita notturna molto più libera. Qui arrivarono pittori, scrittori, musicisti, ballerine e aspiranti artisti provenienti da tutta Europa.
Per molti di loro Montmartre significava soprattutto vivere con poco.
Atelier improvvisati, camere minuscole, pasti saltati e una rete di caffè e locali in cui incontrarsi, discutere, litigare e provare a farsi conoscere.
Al Bateau-Lavoir passarono Picasso, Modigliani, Max Jacob e molti altri. Il Lapin Agile divenne uno dei punti di ritrovo più celebri del quartiere. Il Moulin de la Galette, immortalato da Renoir, appartiene ormai alla storia della pittura oltre che a quella di Parigi.
E poi ci sono rue Lepic, le scalinate, i muri coperti d’edera, le case basse e persino il Clos Montmartre, la piccola vigna che ancora resiste sulla collina.
È vero: oggi Montmartre è molto turistica.
Place du Tertre, soprattutto, ha perso gran parte dell’atmosfera che doveva avere quando gli artisti vi arrivavano davvero senza un soldo in tasca.
Ma basta allontanarsi un poco, scegliere le strade laterali e camminare presto al mattino per ritrovare qualcosa di quel carattere.

Montparnasse, quando la bohème cambia indirizzo
All’inizio del Novecento la geografia artistica di Parigi cambia.
Gli artisti iniziano a spostarsi verso Montparnasse, dove atelier e alloggi sono ancora relativamente economici e dove nasce una nuova comunità internazionale.
Qui arrivano Modigliani, Chagall, Man Ray, Soutine, Hemingway e molti altri.
La bohème di Montparnasse è diversa da quella ottocentesca di Montmartre: più internazionale, più moderna, profondamente legata alle avanguardie.
I grandi caffè del boulevard Montparnasse diventano luoghi di incontro e, per molti artisti senza denaro, quasi un prolungamento della propria casa.
Era possibile trascorrervi ore con una sola consumazione, incontrare qualcuno disposto a comprare un quadro o semplicemente trovare compagnia.
La città cambia, ma continua ad attrarre chi vuole reinventarsi.

Saint-Germain-des-Prés, tra scrittori e caffè
Dopo la guerra, un altro quartiere diventa simbolo della vita culturale parigina: Saint-Germain-des-Prés.
Qui la bohème si fa più intellettuale.
Caffè, jazz club, editori e librerie diventano il punto d’incontro di scrittori, filosofi e artisti. Nomi come Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir restano inevitabilmente legati a luoghi come il Café de Flore e Les Deux Magots.
Oggi questi locali sono celebri, costosi e frequentatissimi, ma vale comunque la pena passarci davanti o sedersi almeno una volta, più per la memoria che custodiscono che per cercare un’autenticità ormai inevitabilmente trasformata.
Saint-Germain è uno dei luoghi in cui si capisce meglio come Parigi riesca a trasformare la propria storia culturale in parte del paesaggio urbano.

Père-Lachaise, la città silenziosa
Al Père-Lachaise ho passato quasi un’intera giornata, girandolo in lungo e in largo.
Certo, ci sono le tombe celebri che inevitabilmente si cercano. Oscar Wilde, Balzac, Proust, Chopin, Jim Morrison e molti altri.
Ma a colpirmi sono state soprattutto quelle degli sconosciuti.
Cappelle di famiglia, lapidi consunte, fotografie sbiadite, iscrizioni, porte socchiuse, piccoli dettagli lasciati da chi è passato prima.
È questo che rende il Père-Lachaise così particolare.
Non soltanto un cimitero, ma una vera città silenziosa, con viali, incroci, architetture, alberi e angoli ombrosi. Un luogo in cui si entra quasi per curiosità e nel quale ci si accorge, dopo ore, di avere completamente dimenticato il resto di Parigi.
Anche qui la città racconta se stessa attraverso chi l’ha abitata.

La Parigi bohémien esiste ancora?
Probabilmente non nel modo in cui la immaginiamo.
Gli atelier economici sono diventati appartamenti costosissimi, molti caffè frequentati dagli artisti sono ormai luoghi turistici e quartieri un tempo popolari sono tra i più desiderati della città.
Ma forse cercare la Parigi bohémien non significa trovare una città rimasta immobile.
Significa riconoscere le sue tracce.
Una lapide sul muro, una vecchia insegna, una mansarda sopra i tetti, un caffè in cui qualcuno scrive ancora da solo a un tavolino, una libreria, un atelier nascosto dietro un portone.
Parigi è cambiata infinite volte e probabilmente continuerà a farlo.
Eppure conserva una straordinaria capacità di farci immaginare chi abbia attraversato una strada prima di noi.
Forse è proprio questo il suo fascino: a Parigi il passato non sembra mai completamente passato.
E mentre camminiamo attraverso i suoi quartieri, finiamo inevitabilmente per entrare anche noi, almeno per qualche ora, nel suo immenso palcoscenico.
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